RACCONTAMI UNA STORIA
 

da "Barolo&Co"

di Lorenzo Tablino

I difficili anni cinquanta in una grande cascina di Roddino. La guerra ha cambiato tutto.Il tempo dei sërvito’ e masoè si avvia inesorabilmente alla fine distrutto dalle nuove regole ed esigenze di cambiamento. L’Italia sta diventando un paese industriale, è la fuga verso la città e le sue fabbriche.  Per Riccardo c’è una sola strada, piena di amarezza.

1947. «.Per favore, posso avere una bacinella d’acqua?.».

Riccardo è fermo ad una cascina vicino a Nizza Monferrato. Per la seconda volta ha bucato una gomma, è stanco del viaggio, deve fare ancora parecchi chilometri. All’om­bra di una grossa gaggia ha smontato la ruota. Col tenaccio ha riparato la camera d’aria, aspetta che asciughi.

Era partito da Roddino con la Le­gnano nelle prime ore della notte. Ha pedalato per tanto tempo, all’alba era a Borgomale, veloce scendeva in Val­le Belbo. La strada era inghiaiata, sulla salita di Acqui è sceso, sudato.

Arriva a Visone a mezzogiorno. Anna lo sta aspettando. «.L’agnello non mi piace, abbiate pazienza: preferisco il pollo.».

Anna è dispiaciuta, ha preparato con cura la tavola con la tovaglia grande, con difficoltà si era procura­ta l’agnello, voleva fare bella figura. Riccardo la guarda. È più bella che in foto. Ha un vestito di bisso grigio con il colletto bianco ricamato a festone; i capelli neri e le trecce rac­colte; i suoi fratelli e la sorella mi­nore guardano Riccardo.

È la prima volta che si vedono, pri­ma si erano conosciuti solo per let­tera, grazie al vescovo di Savona, presso cui Riccardo si era imboscato come cuoco durante la guerra. An­na ha presentato Riccardo a tutte le sue amiche, ai parenti, al parroco.

Il mattino dopo Riccardo saluta e riparte, promette che tornerà presto, magari in treno.

Anna lo ha accompagnato un pez­zo in bici ed ora ritorna a casa, è ri­masta male. Riccardo dopo pochi chilometri è sceso dalla bici per sa­lutarla. Non l’ha baciata.

Davanti alla porta della cascina Tarpone a Roddino Giovanni, il pa­pà di Ric­cardo parla deciso. «.Dob­biamo mettere ancora delle viti, dobbiamo fare più brente di vino.». Fanno passare tre giornate tutte a Dolcetto. Il caterpillar va avanti e in­dietro, l’aratro scava profondo, c’è molta coturˆa.

Riccardo è andato al mercato di Dogliani per cercare di vendere il vino. Ha i campioni in tasca, bottici­ni con l’etichetta con il prezzo scrit­to a matita. Sua madre Maria ha sbat­tuto dell’albume per la colla per le etichette.

Riccardo parla con un mediatore, è interessato: «Vengo in cascina con uno di Barolo.», gli dice.

Riccardo è tornato a casa, racconta al padre del mercato di Dogliani. Poi va in cucina, Maria sta preparando le tagliatelle. Su una madia ha rotto le uova, ha tolto dei bianchi e impa­stato. Stende col mattarello un sotti­le foglio rotondo, lo piega otto vol­te. Velocissima, con un coltello af­filato taglia la pasta.

Il Dolcetto piace al cav. Luigi Borgogno, discute il prezzo con Gio­vanni. C’è anche il mediatore. «.Quanto volete?.». «.Centodieci li­re.» risponde Giovanni.

«.È troppo.» dice il mediatore. «.A meno lo tengo.», replica Giovanni. Alla fine è venduto.

Si siedono al tavolo. Al cavaliere piacciono le tagliatelle, chiede dei Nebbioli. Qui al Tarpone gradano più che a Serralunga, dice Giovanni.

1948. Piove da parecchi giorni, il tempo è freddo. Giovanni osserva il terre­no appena scassato. La pioggia ha portato via la coturˆa. «.Maledetti temporali – impreca Gio­vanni – come faremo? Perdiamo sicuro un anno con le viti.».

Con dei giovani manovali si met­te al lavoro, con il piccone ripassa tre gior­nate rovinate. Per due settimane mescola la poca coturˆa con il tufo, prepara il terreno per altre viti.

Ci rimise le spese per lo scasso e una vendemmia. Si prese tanto fred­do gelido, non mollò nonostante i set­tantasette anni compiuti: era neces­sario fare più brente di vino.

Qualche volta Maria gli portava da mangiare. Prima lasciava scaldare il dianat sulla stufa. Aveva sempre una bottiglia di Dolcetto.

 È Santo Stefano. Ci sono in tavo­la le raviole per il sërˆvito’. Viene li­quidato, se ne va. Una zia lo ha chiamato a Carma­gnola; era due anni che lavorava al Tar­pone, era contento.

Giovanni è preoccupato: non sa decidere, la cascina richiede molto la­voro, gente in gamba si trova con difficoltà, qualcuno è già andato nella fabbrica di Alba.

Anna e Riccardo si sono sposati. 

«Volendo si trovano dei mezza­dri.» dice Giovanni. «.Per me va be­ne.» risponde Riccardo.

Con una famiglia di Feisoglio fan­no i patti chiari: possono tenere co­nigli, galline e vitelli, fare l’orto, rac­cogliere legna. Per l’uva vale il lodo De Gasperi, ovvero il 53% ai mez­zadri. Fanno una scrittura, c’è l’im­pegno da parte del mezzadro a ripas­sare dieci tavole di coturˆa all’anno in cambio dell’uso della stalla.

Riccardo ricorda da bambino i compagni di scuola mezzadri. Visi sofferenti, duri, nelle lunghe lezioni in classe la maestra impietosita allungava un pezzo di pane. «.Il padrone oggi ha voluto divi­dere anche le fave.» gli disse un gior­no Armando della Fonda. 

1949. Riccardo non lavora più nella ca­scina. Ha preferito andarsene, ormai ci sono i mezzadri. Ha aperto un ne­gozio a Monforte.

Vende di tutto: filo, cotone, lana, giornali. Gli affari non vanno mol­to bene.

Ieri ha litigato con Anna, stava vendendo Grand Hotel alle signorine e l’In­trepido ai ragazzi. Il Parro­co domenica al Vespro ha detto che sono proibiti. «.Questi nessuno li compra.» ha replicato lei, indicando il Vittorioso e Alba.

 Il cielo verso Monforte è troppo chiaro, Maria ha il rosario in mano e le figlie intorno. Da mezz’ora reci­tano le giaculatorie.

Cadono chicchi grossi come noci, per dieci minuti la grandine ha bat­tuto dappertutto, le figlie hanno smes­so di pregare.

Riccardo e Giovanni vanno nella vigna; restano i pali, i tronchi e po­che foglie pendenti e sfilacciate. Dal Sorano alla Ceretta è desolazione, il raccolto è perso. I mezzadri non par­lano, per il primo anno è andata male.

«Vi possiamo solo dare questo; ci dispiace, ma il premio che paga­te per l’assicurazione incendio è basso; sono ancora le tariffe del 1932.».

«.Ci rimettiamo tutto.», rispondo­no Giovanni e Riccardo. L’assicura­tore di
Do­glia­ni allarga le braccia: «.Il contratto di assicurazione è questo: lire dieci per il vino e lire due per il fieno. La guerra ha cambiato tut­to, ma voi pagavate come prima.». Riccardo non parla, ricorda il fu­mo e l’odore del legno bruciato del­la cantina, era appena arrivato da Monforte.

Un mese dopo caricano il vino: «.Posso darvi trenta lire, l’incendio lo ha rovinato.». Giovanni non re­plica mentre Gancia di Narzole ca­rica le bonze.

Ha preso una calza di lana, den­tro ci mette una polvere blu. Lega la calza con un cordino e la fa scende­re nel vino a metà bonza. Sull’aia del Tarpone i commenti si ripetono. Chis­sà cosa farà con questo vino. 

1950. È San Martino, i mezzadri se ne vanno, è tempestato due anni di fi­la, niente raccolto. Un sensale gli ha trovato una cascina di quaranta gior­nate in pianura. Si sono già accorda­ti con il nuovo proprietario.

Riccardo è preoccupato, chi lavo­rerà la cascina? Lui non si sente be­ne, la famiglia è cresciuta, sono nate due bimbe. Una sorella gli ha consi­gliato di trovare un impiego nella Po­sta. «.La terra non rende e tu non stai bene di salute.».

 Le nipotine aiutano Maria a filtra­re il mosto d’uva. Su un asse ci sono tanti imbuti di vetro con dei filtri di carta; si filtra il Nebbiolo e il Mo­scato, anche sei volte, se necessario. Serve a tante cose.

Anna lo utilizza per lo zabaione. Giovanni sovente prima del lavoro prende una tazza di vino dolce, gli mette tanto pane e fa colazione.

L’altro giorno è venuto Alfredo di Sinio ad ammazzare il maiale. Ha chiesto una bottiglia di Barolo per mescolarla alle carni dei salami crudi.

 1956. È morto Giovanni, aveva ottan­tasei anni, era il più vecchio sindaco d’Italia. Ha chiuso gli occhi per la vecchiaia, dolcemente, una sera d’ot­tobre, con gli otto figli vicino, chi pre­gava e chi piangeva.

Al funerale c’erano gli onorevoli Bubbio e Cagnasso, c’era la vecchia bandiera del Partito Popolare di don Sturzo, tenuta nascosta in solaio per tanti anni, invano cercata dai fasci­sti di Albaretto, c’era Cichin della Venaria, il leale avversario, comuni­sta da sempre.

 I problemi si complicano: mezza­dri non se ne trovano, altro che lodo De Gasperi, la successione ereditaria ha complicato le cose, erano tante so­relle a dividere. Ric­cardo si è deci­so, va anche lui a lavorare nella Po­sta. Per adesso supplisce a Diano una sorella, sta cercando un sërˆvito’.

A Niella Belbo, in piazza parla con della gente, gli indicano una bor­gata. Trova dei giovani. «.Voglio set­tecentocinquantamila lire all’anno e i libretti a posto.». Ric­cardo non risponde, ha fatto dei lavori in casa, ha rifatto i pavimenti e i soffitti, ha speso parecchio, quanto prenderà del­le uve? Quando renderà la cascina?

Ricorda anni prima quando andò con suo padre a Ceretto. Era il 1934, cercavano un sërˆvito’. «.Può venire mio figlio Giorgio, ha sedici anni.» disse un agricoltore. «.È giovane – dice Giovanni – c’è da zappare, da­re il verderame.». «.Provate una set­timana, garantisco che andrà be­ne.». Giorgio arrivò una mattina pre­sto nell’aia del Tarpone. Gli regala­rono le cinghie della macchina del verderame. Due giorni dopo cantava nei filari. Rimase fino al 1940, poi andò soldato. 

1957. Quest’anno non fanno il vino al Tarpone. È la prima volta. Sciambra di Garessio compra tutte le uve, le paga bene, vuole solo che siano in ce­ste. Non è andato neanche a vedere il peso, si fida.

«.Le uve rosse si buttano per ter­ra – dice Riccardo alle manovali – raccogliete solo la prima scelta, mi raccomando.». Oggi caricano le uve, Maria in cucina ha fatto cuocere il gallo grosso.

Sciambra paga subito, milletrecen­to lire al miriagrammo.

 1958. Riccardo è nell’ufficio del Diret­tore delle Poste di Monza, chiede una settimana di congedo, c’è la vendem­mia. Anna è rimasta nella cascina con i tre figli e il sërˆvito’. Ha scritto che l’uva ha preso il marino.

 Adriano il sërˆvito’ non riesce a to­gliersi gli stivali, lo aiutano le figlie di Ric­cardo, una per gamba.

«.Perché l’uva ha il marino?.» chiede Tilde, sorella di Riccardo, al sërˆvito’. «.Que­st’anno c’è malattia.».

Mica vero, alla cascina Francia qui vicino non c’è. «.Avete dato lo zol­fo?.» ribatte Tilde.

Riccardo è arrivato a Roddino in congedo. Gira allibito nei filari. Tut­te le vigne sono colpite dalla malat­tia, con rabbia ha visto lo zolfo sot­to terra, ed il verderame nella bonza di cemento. Urla con il sërˆvito’; ser­ve niente: ha risposto seccamente. Se ne va. L’uva è rovinata. Le sorelle accusano Riccardo di essere andato a Monza, Anna non parla, sono due anni che vive sola, con tre figli, in mezzo a tanti sacrifici.

 Quest’anno con le uve malate qua­si ci rimettono. Negli scorsi anni è an­che tempestato due volte.

Riccardo si è deciso: parla con un sensale di Monforte, vende tutto, so­no quindici giornate di vigneto.

 1961. La cascina è stata venduta, ci so­no voluti tre anni. Una famiglia di Milano verrà a passarci l’estate, i vi­gneti sono a gerbido, non interessa­no a nessuno. Anche la cifra è pic­cola, tra le spese e qualche rimasu­glio della successione, a Riccardo ri­mane ben poco.

È sera. Riccardo sull’aia guarda lontano, è triste. Troppi legami con questa terra: i suoi avi fuggiti dalla Francia nel secolo XVII, e da Mon­calieri all’inizio dell’800; il ciabòt sotto la cascina quasi a nascondersi, poi la famiglia si era ripresa.

Il nonno, il grande cacciatore che aveva ucciso il camoscio al Re, il pa­dre, per tanti anni sindaco di Roddi­no, le uve e i mercati, la stalla e i mezzadri.

Anna era d’accordo a vendere, non era venuta volentieri a Roddino, ma amava moltissimo Riccardo.

È tardi, nella borgata Pozzetti, da­vanti al Tarpone, c’è ancora una lu­ce accesa.