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Ma cosa ci venite a fare a
Roddino?
di
Beppe Turletti
Il Supremo aveva praticamente posto termine al
proprio lavoro di creazione e stava per godersi il
meritato settimo giorno, quello del riposo assoluto; non
gli restava altro che effettuare la verifica di come
aveva sistemato le cose qua e là per il mondo.
Tutto sembrava essere in ordine: il petrolio sui
fondali del mar Rosso, i diamanti in comode miniere del
SudAfrica, oro un po’ ovunque, acque minerali e termali
in ridenti cittadine a cui si associavano anche dei
magnifici Casino’; era dunque intento a compiacersi
particolarmente per come la propria fantasia gli avesse
permesso di dar forma a un mondo che finalmente gli
piaceva. I primi sette-otto non gli erano riusciti un
granchè a causa dell’inesperienza: c’era quello troppo
freddo, quello esageratamente caldo, l’altro mancava
dell’acqua e poi aveva fatto quella schifezza circondata
dagli anelli che proprio non poteva vedere. Comunque
questo gli era riuscito!
C’erano bei paesaggi, edifici da visitare, castelli
dove qualche personaggio importante potesse dormire
almeno uno notte cosicchè nei secoli successivi le varie
Pro Loco potessero trarre
benefici turistici vari. E che dire della distribuzione dei prodotti tipici
locali: formaggi, salumi, dolci e, meraviglia tra le
meraviglie, i vini. Tutto era già previsto: non
esagerando nell’assegnazione delle varie quantità già si
poteva presupporre che qualche miliardo di anni più
tardi, magari duemila dopo il viaggio che avrebbe fatto
quel matto di suo figlio, alcuni di questi prodotti
avrebbero cominciato a scarseggiare cosicchè certe sette
dedite all’adorazione del lardo di Colonnata o del
formaggio della (unica) capra saltellante del
Gennargentu, avrebbero dato inizio a grandi movimenti
per la difesa di queste e cento altre prelibatezze.
Tra le altre cose, aveva anche previsto un suo
emissario, Carlus Petrinius, che avrebbe portato per il
mondo il verbo del sano "mangiarlento" e della strenua
difesa della Giura e del Cappone.
Tutto sotto controllo dunque: sul video del
computer sorretto da 5 angeli si vedeva bene la mappa
con tutte le bandierine corrispondenti ai milioni e
milioni di luoghi che componevano quel nuovo mondo dove
aveva deciso di andare a far vivere e prolificare la sua
creatura più amata: Uomo e la sua diletta compagna
Donna. Passando in rassegna le varie cartelle contenute
in memoria fece scorrere il puntatore sui vari
continenti; arrivato a Europa si fece un bel giro per le
varie lande, dalla Cecenia alla Bretagna, dal Canton
Ticino alla Macedonia. Si soffermava autocompiacendosi
con la frase che amava ripetere continuamente:"Dio
quanto sono bravo!!!" in una sorta di autoreferenza che
trovava conferma da parte di angeli, arcangeli (una
parte elitaria che aderiva ad un circolo privato
denominato ARC) e cherubini.
Alcuni posti gli erano riusciti proprio bene e,
mentre scorreva l’elenco alfabetico dei nomi (quello che
avrebbe poi trasmesso via eter-net all’Istituto De
Agostini), sorrideva sotto i lunghi baffi candidi; i
nomi li aveva creati con un algoritmo complicatissimo e,
dato il numero elevato di località da denominare, anche
questa parte lo stava soddisfacendo parecchio. Era
giunto a controllare la sottocartella Italia/provincia
di Cuneo/Langhe e Roero; qui aveva infilato un bel po’
di vigne da coltivare, come del resto aveva fatto per la
zona "Colline del Chianti" dove aveva creato posti come
Montegonzi, Barbischio, Cacchiano, S.Giusto alle Monache
e quant’altro, che davano la dimensione allegrotta di
come avrebbe dovuto diventare la geste del poto.
Leggendo ora i nomi assegnati a queste altre
colline, cercava di sentirli col suono che avrebbero
pronunciato quelli che ne sarebbero stati i futuri
abitanti,frutto di incrocidi sangue e di linguaggio.
Ecco dunque Albaretto,Arguello, Borgomale, Castino,
Feissoglio, Lequio Berria, Monforte, Neive, Prunetto,
Roddi, Serralunga; ad ognuno di questi stava assegnando
qualche prodotto caratteristico, un personaggio che
sarebbe divenuto famoso, un qualche castello o villa da
far visitare in una delle tante domeniche da "Città
aperte" che avrebbero smosso la gente ad andare su e giù
per quelle strade serpentose allorquando si fosse deciso
a far inventare l’automobile e, per tedeschi e svizzeri,
dei bei pullman colorati come i loro completi da viaggio
turistico (obbligo di sandalo col calzino che il
langarolo avrebbe poi mutuato sulle spiagge della futura
Borghetto Sotto Spirito dove amava spostarsi il braidese
nella settimana di vacanza che si concedeva tra un
lavoro e l'altro). E poi le Banche: ah che meraviglia
vedere quei Crediti Mutualistici che sarebbero nati in
ogni dove, persino nel paese a cui aveva assegnato come
prodotto tipico il torrone (era una buona idea tante
volte fossero andate a male le uova così abbondanti)!
E, trastullato dalla rinnovata gioia che ogni
creazione di mondo procura, non si era accorto che dopo
aver infilato accanto a Roddi il prodotto Pelaverga e
uno dei vari edifici che ancora aveva a disposizione,
forse per la stanchezza (e una stanchezza divina è
proprio una bella stanchezza) il puntatore sul video era
già arrivato a Rodello, saltando di brutto uno dei siti
previsti: Roddino. Del resto in questa parte l’algoritmo
creativo aveva stentato un po’, tre codici di
identificazione quasi simili che erano dovuti
all’elemento generatore ROAD che indicava genericamente
una strada. E così succedeva che a fianco del toponimo
Roddino rimanesse il vuoto sia nella casella "prodotto
tipico", sia in quella "personaggio famoso" a cui
dedicare almeno un busto (stile Pressenda a Lequio
Berria o omaggio al viticultoroe sul belvedere di La
Morra) e, per la disgrazia delle casse della futura Pro
Loco, neanche una miseria di non dico un castello o una
villa per un’amante di qualche re ma almeno una
biblioteca!! Niente, anzi, GNENTE!
Dunque le cose ormai erano fatte e quando, il
lunedì mattina, riaccese il computer per iniziare la
creazione di un altro mondo, si accorse di quel pallino
che lampeggiava a indicare un’operazione rimasta
incompiuta; guardò attentamente e lesse bene il nome del
sito rimasto vuoto: ROD-DI-NO. Aprì le varie cartelle
con gli elementi da associare ma non c’era nulla che
potesse andare bene: non poteva mettere tra i prodotti
la mortadella di tacchino o la marmellata di cipolle
perché avrebbe smosso equilibri intoccabili. Gli era
passato per la mente di spostare qualcuno degli
eccellenti dalle zone limitrofe ma già intravedeva le
lamentele dei futuri sindaci e reggenti vari.
E allora prese una decisione assoluta (era pur
sempre il Creatore o no?): cercò in memoria la cartella
GPS (quella cosa per cui anche se sei chiuso in un cesso
della Yakuzia ti dice i percorsi veloci e quelli
alternativi per andare a prendere un caffè a Ceriale).
Quando l’ebbe trovata scrisse il nome di quel luogo
nella sezione "CANCELLA" e ogni traccia riguardante i
percorsi che passavano di lì scomparve. Provò a scrivere
nella casella "Località di partenza" il nome MONFORTE e
in "Località d’arrivo" BOSSOLASCO e premette poi invio:
eureka!, sia per la via diretta sia per quella
alternativa non compariva assolutamente il nome di quel
posto che cominciava anche a dargli fastidio.
Passò un po’ di tempo; un giorno cominciò a piovere
e ne venne giù proprio tanta per un cinque-sei
settimane; ora vabbè che lì c’era il mare e le famose
"colline del pliocene che avrebbero poi dato alle radici
dei nebioli e delle barbere il profumo di marasca e di
lampone" (ma chi l’ha già scritta questa frase?) erano
di là da venire. Comunque pioveva (per restare in tema) che Dio la
mandava. Il nostro marinaio errante salvatore di razze
animali, precursore del nostro braidese lentofago,
solcava le acque con la sua potente Arca (e dagliela con
‘sti Circoli); e gira di qua e di là, una volta passata
la
Pedaggera, non si orientava più col sistema
satellitare in cui s’era creato quel buco e si andò a
incagliare proprio lì.
Si avete capito bene: era arrivato nel nostro luogo
dimenticato da Dio!
Tutto sommato il posto non gli dispiaceva: c’era
tanta acqua lì intorno ma con la calma e la pazienza che
gli aveva insegnato suo padre Lamek si sedette, in
attesa che le acque si ritirassero un po’, con i suoi
tre diletti pargoli Sem, da cui ebbero poi origine i
Semnaciò , Cam, che dette vita alla progenie dei Camulà
e Jafet, ovvero Già Fatto (esclusivamente di vino), che
non ebbe figli veri e propri ma un vasto seguito di
adepti.
I quattro passarono un centinaio di anni al
dondolìo dell’arca sbaffandosi intanto un due-tremila
specie di animali in via d’estinzione, scartando però le
baboje panatere e i tavan. E le acque, come tutto era
previsto, si ritirarono e venne fuori proprio un bel
sole tanto che Noè chiamò a sé i figli e disse loro
"Andate a comprare due o tre chili di bignole e una
brenta di gelato misto perché qui si festeggerà"
(Genesis 800-803803); i tre partirono ma durante il
viaggio di ritorno chi si mangiò una dozzina di bignole,
il gelato si squalgliava al sole che non erano ancora al
prato di S.Lorenzo e così giunti davanti al patriarca
questi si adirò tanto e li scacciò dicendo loro:
"Siate maledetti e non vi rimanga altro da mangiare che
dei persi pattanuti marinati" (Mau Mau 19-07-2000).
Si installò dunque in quella borgata a cui dette il nome
e procreò fino ad essere circondato da una masnada di
marinaretti a cui insegnava l’arte di pescare nel
Riavolo e, quando fossero stati bravi, anche nel celtico
Tan-är che rombava più in basso.
I tre scacciati, intanto, presero la direzione
verso il luogo di Monfortis; il primo, Sem, percorso
poco più di un chilometro, svoltò un po’ sulla sua
sinistra, intravedendo una bell’avvallamento ben esposto
al sole dove avrebbe potuto impiantare delle viti da
dolcetto che col passar degli anni sarebbero sempre più
migliorate.Si procurò anche una bella canna da pesca e
una doppietta che usava però solo per sbaruvare amici e
non.
Cam, invece, si nascose dentro un sacco di farina e
si addormentò; al risveglio decise che si sarebbe
dedicato alla musica. Provò di tutto: flauti,
bombardini, tamburi, clarini e cantrofagotti. Nessun
strumento riusciva ad appassionarlo, finchè un giorno
scoprì una fisarmonica tedesca, completamente senza
voci; ma lui, che di ingegno ne aveva in abbondanza,
aveva fatto in modo che suonasse e la portava
dappertutto, facendo la sua figura.
Jafet si spinse molto più in là, andava dove lo
portava il naso; toccò varie borgate dove, con la scusa
di dare il suo giudizio tastava di quello nuovo o di
quello vecchio indifferentemente. Piaceva assai alle
donne ed ebbe uno stuolo infinito di eredi tutti
riconoscibili dal rossore delle guance e del naso.
Ora, caro lettore, è inutile che speri che ti dica
qualcos’altro che ti possa incuriosire minimamente e
faccia sì che tu sprechi la fatica di spingerti fin
quassù: non troverai niente. In questi anni ti sei
abituato ad andare a Mangialonghe, Desinar tra
i campi, Un panino tra i filari, Marcia e bevi
e via dicendo.
Ti hanno dato i tuoi bei ticket per ritirare, al
termine di code stile pagamento dell’ Irpef, la porzione
di tajarin, il sanguis di frittata e il sambajone al
barolo che hai consumato chinato dalla fatica. E hai
potuto anche gustare, spesso in bicchieri di plastica
derivata da puro petrolio, vini a temperatura ambiente
che raggiunge spesso i 27 o 28 gradi.
Qui purtroppo quando fan le feste ti fan sedere
attorno a dei tavoli, su delle panche, magari ad una
tavolata lunga di quelle di una volta sull’aia alla fine
della battitura del grano. E poi magari ci sono quelli
delle cantoire che ti inciorgniscono per delle ore. E il
vino esce fuori dalla stanza della Pro Loco che te lo
sturano lì sul momento, dolcetto o Arneis che sia.
Un’ altra, tra le più matte che tu possa
incontrare, fa ancora i tajarin a mano, cuoce il pane in
un forno a legna e gira tra le famiglie di Langa che
ancora producono quelle robiole che gli viene la pelle
che si arriccia sopra.
Ma non c’è proprio nient’altro.
Non ci credi?
E vieni a vedere!
Beppe Turletti
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