RACCONTAMI UNA STORIA: IL VIAGGIO

di Enzo Cerutti

 

La prima cosa che vidi aprendo gli occhi fu la luna alta nel cielo. Di scatto volsi il capo a cercar la bicicletta ,che trovai appoggiata all'albero che fungeva da riparo e poi fissai l' attenzione al fruscio che mi aveva svegliato. Immobile trattenni il respiro, sbattei le ciglia ad allontanare il sonno e scrutai il nulla nel buio. Non avevo mai dormito all'aperto e misto al freddo che aveva avvolto il corpo, mi si presentò quell'inquietudine che viene con le cose sconosciute della notte: rumori , sibili, fruscii, battiti d'ali ,il secco colpo di un ramo che si spezza. Mi sollevai a sedere appoggiando la schiena al tronco dell'albero, tastai le tasche alla ricerca di una sigaretta ,estraendone un pacchetto di Macedonia, e con le mani a coppa sul cerino la accesi, aspirandone una profonda boccata. L'affanno dovuto al brusco risveglio, si affievoliva e venne prepotentemente alla mente il mio ieri ,il mio oggi e, terrorizzandomi, il mio domani.

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Nell'anno 1944 ero praticante presso lo studio di un anziano Notaio di Alba, in una via scura del centro vecchio. Passavo il giorno tra polverosi documenti dall'odore stantio, scrivevo lettere ,spedivo la posta, non facendo nulla di importante o di particolarmente impegnativo.  La sera, con gli amici, bighellonavo per i bar di Piazza Savona e di Piazza del Duomo.  Osservavo le ragazze camminare, ammiravo quelle con le gonne svolazzanti , i tacchi alti, i capelli neri, le labbra cariche di rossetto ad ingrandire la bocca .  Giocavo a biliardo gran parte della notte. Ero bravino , ma senza raggiungere la necessaria concentrazione per cui il guadagno della prima "pula", lo perdevo inesorabilmente con la successiva. Mi piaceva il fumo del bar, l'odore della gente, il risuonare di parole da iniziati: filotto, sfaccio, taglio, zembo, patè, tre sponde.     Passavo ore ad ammirare Ginio, "il sola", che ripuliva con intelligenza e furbizia il solito "Langhetto" pieno di soldi :provento della vendita della vacca. Fu una di queste sere di inizio autunno che Piero, mio compagno di scuola al Liceo, mi si accostò ciondolando, le mani in tasca, la sigaretta pendente dall'angolo della bocca. Era un tipo mingherlino, sempre con una giacchetta grigia indosso, ed un raggio di furbizia negli occhi .  A scuola era seduto negli ultimi banchi dai quali dirigeva il suo traffico di sigarette americane , dischi di Jazz, foto di attrici d'oltreoceano. Non riuscimmo mai a scoprire da dove provenissero quelle rarità , e neanche ne ebbi l'occasione in futuro : quella fu l'ultima sera che lo vidi, venne fucilato dai tedeschi poche settimane dopo il nostro incontro. Intuivo che era legato alle bande partigiane che operavano nelle Langhe, ma non ne aveva mai fatto cenno , e mai quindi avrei sospettato che quell'approccio avrebbe cambiato parte della mia vita.  Appoggiò le mani alla sponda del bigliardo, seguì con gli occhi una biglia che faceva "le quattro sponde" per poi toccare dolcemente il pallino e con l'angolo della bocca mi disse:" Ti devo parlare, andiamo a fare un giro". L'aria della notte si stava rinfrescando, l'autunno era alle porte, e provai piacere ad inspirare profondamente il profumo che veniva dalla vicina campagna.         Le mani in tasca, ciondolando, ci incamminammo verso la "lea" che era e lo è ancora ,quel fresco viale alberato che circonda il nucleo antico di Alba.  A quei tempi era rifugio di coppiette la notte ,di sane passeggiate riposanti e silenziose il giorno.
La città neanche si stendeva ai ponti della ferrovia: il "quartiere" ovvero la caserma di Corso Piave era già considerata in periferia e la chiesa della Moretta era veramente un Santuario : raggiungerla a piedi equivaleva ad esaudire un voto. "Noi abbiamo bisogno del tuo aiuto", mi apostrofò ad un tratto, all'inizio di piazza San Paolo. Non si dilungò in spiegazioni per quel "noi": capii immediatamente che intendeva i partigiani. "Ma io non son buono a sparare ed a far la guerra ,ho paura anche del rumore che fa lo scappamento di una vettura". "Non si tratta di sparare o di fare altre "matarie" - disse stirando le labbra - devi solo portare un messaggio ad un tipo su ,in Langa". "Un messaggio in Langa?. E perché proprio io?."
" Tu sei il tipo indicato: tua nonna abita a Roddino, è tanto tempo che non vai a trovarla e in aggiunta non sei impegnato né con noi né con gli altri. Sei un tipo tranquillo, insospettabile. E' difficile per noi uscire ,i tedeschi ci controllano, per te è più facile, hai la scusa buona. " 
A volte non riesci a pensare, non hai la forza di uscire dalla nebbia che ti circonda ,ti è impossibile alzare il volto e pronunciare uno stentoreo monosillabo di assenso o di diniego, ma ti lasci trasportare dalla marea delle cose che ti spinge sulla sabbia asciutta e si ritrae lasciandoti freddo ed intorpidito. Cosi, senza rendermene conto, prima di raggiungere le mura del Coppino, avevo imparato a memoria il messaggio da riferire e cosa più importante avevo stampata in mente la descrizione del destinatario.   Una stretta di mano, poi prima di andare solo verso la stazione ,mi disse: "Paolo è tornato, è con i Repubblichini . Fai attenzione" .

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Prima dell'intervallo cercavamo di intrufolarci nei gabinetti delle femmine. Lamentando dolori lancinanti riuscivamo ad ingannare il professor Ferrero, sempre e solo lui ,che quindi ci permetteva di recarci ai gabinetti prima del suono della campanella. Eluso il vecchio bidello ,riuscivamo a raggiungere i gabinetti delle ragazze e ,nascondendoci in un vecchio sgabuzzino, ne aspettavamo l'arrivo. Lo spasso era sentirle parlare di ragazzi, di come Laura era innamorata di Marco e di come Teresa fingeva di odiare Gianni. Uscivamo poi all'improvviso ,sghignazzando e provocavamo un trambusto così intenso da tramutare in centometrista persino lo zoppicante bidello. Paolo ,fu l' amico più caro, il compagno delle elementari ,delle medie, del liceo. Sempre nello stesso banco, i compiti fatti insieme ,le stesse ragazze, le medesime bravate. Ci piaceva la stessa ragazza :Silvana, gli occhi che cambiavano colore a seconda delle luce, i capelli biondi che incorniciavano un viso per noi angelico. Per non litigare uscivamo sempre tutti e tre insieme: lei in mezzo ci teneva la mano.  Poi cambiò ,si imbevette della propaganda del regime, assorbì con avidità la dietrologia che altri gli iniettavano , fu volontario in tutte le guerre cui poté partecipare, anche a costo di falsificare la data di nascita. Ed ora era un Repubblichino , che da poco era stato trasferito ad Alba. Non l'avevo più visto dai tempi del liceo. Comuni conoscenti riportavano voci che lo davano sempre in prima linea, sempre davanti a tutti, inflessibile, forse crudele.

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Partii al calar della sera.Il solo dietro il Monviso tratteggiava di colori rossastri il cielo. La bicicletta per mano costeggiai il Tanaro per un bel pezzo, poi attraverso la campagna piana e silenziosa, raggiunsi la strada per Serralunga. I primi vigneti cominciavano a tratteggiare le colline. I grappoli pieni e colorati si intravedevano tra le larghe foglie. Ne staccai uno, ma il sapore aspro dei chicchi mi spiegò che non era ancora maturo.  La luce si era spenta, il sole era tramontato, il riflesso della luna non riusciva a penetrare il buio della notte. Ero stanco, mi scostai dal sentiero, appoggiai la bicicletta ad un castagno, mi distesi e non sentii più nulla.

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Mi avvicinai a Roddino passando dalla strada dei Pozzetti. Il sole si alzava dietro la torre di Albaretto , e l’aria pungente mi fece rabbrividire. Non c’era nessuno nelle corti o nei campi e solo un lontano latrare di un cane ruppe il silenzio della mattina. Oltrepassato il bivio della Ruia intravidi tra gli alberi ,la cima del campanile. Mi aggiustai la sacca che mi stava scivolando ed aumentai l’andatura. In breve fui alla salita che porta in paese, la percorsi quasi di corsa, tenendo le mani strette al manubrio della bicicletta, e ripresi fiato solo davanti alla chiesa. La casa della nonna era chiusa tra altre basse case nella piazzetta semicircolare che pareva un bastione inferiore alla chiesa.  Colpii con le nocche della mano i vetri della finestra ed entrai in casa attraverso la porta che immediatamente si dischiuse. Un breve abbraccio, la voce fievole della nonna mi disse:" Che bello rivederti. Come stai? Ti sei smagrito. Vieni, vieni è pronta la colazione". Sul tavolo una tuma, una forma di pane nero, una pinta di vino nero. Mangia con voracità, cacciando in bocca grossi pezzi di formaggio, riscoprendo sapori proibiti a noi cittadini. La stanchezza del viaggio e della notte all’addiaccio mi prese prepotente. Le palpebre divennero pesanti e mi mossi, distendendomi sul sofà accanto alla stufa dove subito caddi in un sonno profondo. Prima dell’ultima curva che lascia Roddino verso Serravalle, c’era "l’ostu" di Maria: soffitti bassi, pavimento in legno, il fumo azzurrognolo del trinciato, l’odore di vino.
A mezzogiorno era già pieno: su alcuni tavoli un paiolo con la minestra e una bottiglia di vino , su altri un mazzo di carte.  Nell’angolo più buio, entrando sulla sinistra ,ad un tavolo con una tovaglia a quadretti rossi, stava seduto la schiena ritta sulla sedia un uomo mingherlino, con gli occhi neri che continuamente andavano da un angolo all’altro del grande stanzone.  Lo riconobbi a prima vista dalla descrizione che mi aveva fatto Piero, e mi avvicinai mormorando la frase convenuta:" Il parroco di Roddino ha sposato la Piera".  Mi sedetti e quello, senza spiaccicar parola prese un bicchiere dal tavolo vicino e mi versò da bere.  Il vino era freddo, forte, buono, e scendeva così bene in corpo che lo finii con un lungo sorso, lasciando il colore a macchiare il bicchiere.
"Cosa hai da dirmi, cittadino?", disse puntando gli occhi nei miei. Abbassandomi verso di lui che continuava a stare ritto e duro sulla sedia, mi scaricai delle informazioni che portavo con frasi brevi ,secche e precipitose. Alla fine con un lungo sospiro sollevai il corpo dal tavolo , e mi appoggiai allo schienale della sedia. Fummo in silenzio. Un filo di paglia pendeva dalla sua bocca: lo teneva fermo in un angolo, poi con moto improvviso lo spostava all'altro, se lo passava infine nei denti e lo masticava lentamente.
Lo sentivo pensare, lo vedevo che con occhi socchiusi valutava le informazioni, le soppesava, le faceva proprie. All'improvviso domandò:" Fumi?." Ed al mio cenno del capo estrasse da una borsa sotto il tavolo cinque pacchetti di lunghe sigarette americane. "Le hanno paracadutate gli alleati la notte scorsa", disse spingendole verso di me. "Adesso va, ritorna ad Alba, e dimentica questo tuo viaggio" disse infine spingendo la mano verso la mia e incontrandola al centro del tavolo ,la strinse per un attimo. Ero deluso, ma al tempo stesso desideroso di questo commiato. Durante il viaggio mi ero immaginato questo incontro, lo avevo vissuto e rivissuto cento volte, sempre con un finale diverso ,ma che contemplava comunque la mia fuga verso le colline, la mia futura vita con i partigiani. Invece mi si rimandava ad Alba, mi si riponeva nuovamente in uno studio vecchio e polveroso, mi si sistemava nuovamente al bar, al tavolo del bigliardo. Ma contemporaneamente si sceglieva per me, mi si ritagliava la vita alla quale ero destinato.

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La discesa verso Alba fu all'inizio più veloce. Inforcai la bicicletta e facendo attenzione sulla strada sterrata, iniziai la discesa verso Serralunga. Il vento pomeridiano mi scompigliava i capelli e spargeva la polvere che alzavo con le ruote. Lo sguardo spaziava lontano alle cime delle Alpi, al Monviso , ai castelli, ai campanili, alle creste delle colline, all'ordinato disegno delle viti. Affrontai la curva della strada che immette sulla piazza di Serralunga, quando vidi, ma ormai troppo tardi, un posto di blocco. V'era una camionetta con alcuni soldati: tedeschi e repubblichini. Era impossibile tornare indietro e frenando gradualmente mi fermai, scendendo ,davanti a loro. Il Tedesco che mi si avvicinò era giovane: i capelli biondi e corti, gli occhi azzurri ma spenti ,i denti nel sorriso stampato sul volto cariati. "Dove stare andando, camerata?" esordi, con suoni che marcavano le consonanti. "Torno da Roddino ad Alba", risposi, maledicendo in cuor mio la voce che non pareva salda come volevo far apparire. "Documenti", mi impose. Poggiai la bicicletta a terra, sfilai la sacca, e mente stavo porgendo i documenti richiesti , una voce famigliare dietro le spalle chiamo: "Franco". Non era cambiato Paolo, almeno fisicamente, forse un po' invecchiato, qualche ruga in più sulla fronte ed agli angoli della bocca, ma gli occhi erano diversi. Quegli occhi sempre pieni di vita ora erano spenti, non brillavano più di gioia di vivere, di coraggio, di allegria, ma parevano al contrario colmi di tristezza, di paura. " Conosci questo bandito ?", interrogo il tedesco. "Certo, ribatté con decisione Paolo, è come mio fratello". "Un fratello come Caino ,urlò questi ,sparpagliando a terra il contenuto della sacca di cui si era nel frattempo impossessato, e dalla quale scivolarono le sigarette ,queste sono sigarette americane." Mentre urlava estrasse dal fodero la pistola. " Questo non significa nulla , cercò di calmarlo Paolo, frapponendosi con cautela tra di noi, può benissimo averle comperate al mercato nero, non c'è da urlare". Il Tedesco si alterò ancora di più:" Sporchi Italiani, tutti banditi, tutti partigiani." Non so come, ma la pallottola destinata a me, colpì Paolo. Cadde sulle ginocchia, stette un po’ fermo, incredulo, mi lasciai cadere accanto a lui, lo tenni sotto le ascelle, gli appoggia il capo sullo mia spalla e lo vidi morire.

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Il 10 ottobre 1944 i partigiani entrarono in Alba. Tra questi, nei primi c'era lo sconosciuto dell'ostu di Maria .

 

geo'99